Quasi una rivista, quasi un giardino Zen
Uno i libri li compra e li mette lì. Spesso non li legge subito, spesso passano mesi se non anni prima di prenderli in mano. Poi qualcosa ti risuona in testa e ti trovi con un'improvvisa curiosità di vedere che c'è scritto e cominci. Nel frattempo hai letto altro, stai leggendo altro. Spesso ho la sensazione che le cose che leggi, studi e pensi interagiscano tra loro alle tue spalle, mentre sei disattento o proprio non ci sei e ti giochino dei tiri, bonari. Si divertano a organizzarsi come un attrattore strano e a farti incappare in traiettorie che mai e poi mai ti saresti imamginato... Sto leggendo un libro di Rifkin, L'era dell'accesso, che era lì da un po', in attesa. Più o meno nello stesso periodo ho cominciato un romanzo giapponese di inizi '900, Io sono un gatto, acquistato senza saperne nulla, per il titolo e la copertina. Doveva essere lo spazio libero da scopi universitari, l'angolino in cui ti isoli per qualche tempo ogni giorno per rifiatare. Beata illusione! Per qualche tempo mi sono limitato a riportarne passaggi particolarmente stuzzicanti su Aforismatica, poi la cosa si è complicata.
Tesi principale di Rifkin è che siamo a un altro punto di svolta nella storia della nostra cultura. Al concetto di proprietà, statico, saldo, duraturo, si sta rapidamente sostituendo quello di accesso, temporaneo, mutevole, scostante, molto più adatto alle dinamiche frenetiche del tempo e soprattutto al costante "miglioramento" delle caratteristiche degli oggetti, che invecchiano con rapidità tale da rendere impensabile il tenerli con sé troppo a lungo. Questo ovviamente crea problemi alle industrie, che devono rivedere in modo radicale le loro strategie verso i consumatori, che non sono neanche più tali: si trasformano infatti in destinatari di servizi. Non si vende loro qualcosa, si soddisfa una loro esigenza attraverso i mezzi e i termini di volta in volta più adatti. L'architettura delle esigenze e dei bisogni dei soggetti è quindi il nuovo obiettivo cui le aziende dedicano le loro energie. Uno dei sistemi più furbi da loro escogitato ha a che fare con l'intercettazione delle necessità relazionali, sempre meno soddisfatte da una società secondarizzata all'eccesso: le aziende mirano a divenire titolari della fiducia e dell'affetto degli ex-clienti, così fidelizzandoli al di là di ogni ragione strumentale e seduzione economica - che intanto continuano però a essere sbandierate come unici criteri di scelta e orientamento nella vita... L'idea, conviene Rifkin, è raccapricciante, degna di questa nuova fase culturale.
cliente esita, protesta che on può accettare. Allora, insisto, può pagare poco per volta ogni mese. Piccole rate su un lungo periodo, tanto ormai diventerà un cliente..." Il romanzo è del 1905, la sensazione che non ci sia niente di nuovo sotto al sole per chi ha occhi per vedere è tanto schiacciante da confinare con la noia esistenziale *sigh* E non finisce qui. Meitei prosegue, in uno dei tanti momenti di socievolezza simmeliana che costituiscono l'intero romanzo, spiegando al suo piccolo uditorio perché presto non ci saranno più famiglie. È un problema di personalità: "Quando un clan familiare era rappresentato dal capofamiglia, un distretto dal suo delegato, un paese dai governanti, solo questi rappresentanti avevano una personalità, gli altri individui no. E se l'avevano non veniva riconosciuta. Ora che la situazione è drasticamente mutata, ognuno vuole esternare a tutti i costi il proprio carattere ed evidenziare la differenza tra se stesso e gli altri, io sono io, tu sei tu. Se due persone si incontrano, proseguono ognuna per la propria strada, sfidandosi in cuor loro: se tu sei una persona, lo sono anch'io. Tale è la forza che ha acquisito l'individuo. Ma se gli individui sono diventati equamente forti, sono anche diventati equamente deboli. Forti, perché ormai nessuno può ledere i loro diritti a proprio arbitrio e capriccio, ma palesemente più deboli di un tempo non potendo più imporre la propria volontà agli altri. Ora se tutti sono contenti di acquisire forza, nessuno è felice di essersi indebolito; il risultato è che ognuno, per non venire sopraffatto neppure in minima misura e prevaricare almeno un poco sui suoi simili, difende con le unghie e con i denti i suoi lati forti mentre cerca di sbarazzarsi di quelli vulnerabili. Arrivati a questo punto lo spazio tra una persona e l'altra viene a mancare e la vita diventa difficile. Diventa sofferenza, una condizione di tensione estrema al limite delle possibilità umane. E poiché si soffre, si cerca con ogni mezzo di creare tra un individuo e l'altro uno spazio dove muoversi più liberamente. L'uomo è causa del proprio male, e la fonte prima del suo dolore è il distacco della generazione dei genitori da quella dei figli."
Sono in molti a prendersela con Stephen King, il successo genera denaro da una parte, invidie terribili da un'altra. Ed è anche questo un legame contraddittoriale, difficile mantenere l'uno ed eliminare solo le altre. Per quanto sia innegabile che spesso il Re scrive per fini mondani, comunque (e non vedo perché non dovrebbe, a essere sincero: la gran parte degli altri autori fa lo stesso e con molta meno bravura!), ci sono momenti in cui la sua arte trascende il genere e il mestiere e diventa vero racconto del XX e XXI secolo. Cose preziose, It, L'ombra dello scorpione non sono manierismi dark fantasy o qualunque altra etichetta si voglia appiccicar loro addosso, sono quadri distorti e magnificati della nostra società fino all'ultima virgola: le esigenze inconfessabili, le paure irrazionali che cambiano pelle e diventano politica o scelte di vita o strategie di marketing, la vigliaccheria diffusa di chi non è mai responsabile delle sue azioni. A voler essere precisi, ci sarebbe da stupirsi del successo di King, visto il ritratto della società americana che di norma si ricava dalle sue opere.
metatesto per eccellenza, la storia della Bildung dello scrittore e del suo alter ego pistolero, Roland Deschain di Gilead. In essa convergono le piste narrative di una miriade di romanzi; trovano nuovo splendore e spessore personaggi già incontrati e dei quali il destino era rimasto oscuro; si rivelano le sinestesie creative del maestro: la città di Tull è un omaggio ai Jethro Tull, il Re Scarlatto è l'immagine distorta degli incubi sonori dei King Crimson e poi via per una lunghissima lista di citazioni, interstizi, richiami pop o più culturali, come la ballata da cui tutto inizia, più di trent'anni fa, Childe Roland to the Dark Tower came (qui per una traduzione). Una storia sgranata negli anni per lui e per noi che abbiamo aspettato per una vita, in bilico tra aspettative, curiosità e paura di non vedere la fine. Una storia in cui lui stesso diventa protagonista ed esorcizza l'incidente stradale che per poco non gli è costato la vita, a lui, a noi il finale. Un diffrangersi di prospettive e identità e una notevole autospietatezza nel dipingersi poco eroico e molto umano, in passaggi che non possono che suscitare ammirazione: un altro tocco magistrale.
Torniamo a occuparci di temi apparentemente più frivoli
L'ho lasciato decantare qualche tempo, perché Dexter non era un serial come gli altri. Con aria leggermente svagata, senza accentuarlo troppo, ha rappresentato il superamento di un altro limite, nella fiction. Un'altra confusione notturna che viene a scombinare i già deboli sistemi di riferimento valoriale di cui la gran parte dei soggetti contemporanei dispone. Un altro dei casi in cui a priori non si sa a che santo votarsi, perché il protagonista, l'eroe, è un serial killer. Un po' atipico, è vero, perché il padre adottivo, che aveva scoperto i suoi "gusti", l'ha educato a rivolgere le sue attenzioni ad altri cattivi, criminali che per numerosi motivi sfuggono alla giustizia. Così, per non restare a corto di vittime e per seguire in parte l'esempio del papà, figura di riferimento, Dexter è un tecnico di laboratorio della Scientifica di Miami, perito ematologo (si noti l'ironia), un poliziotto. Un novello Robin Hood, per certi versi, e anche simpatico e bisognoso d'affetto... E così il disordine arriva alle stelle!
Tempo di Halloween, tempo in cui ci si diletta di mimetismo e maschere. Il solo tempo in cui Dexter è simile agli altri... Ma ne siamo proprio sicuri? O c'è - come diciamo a a Roma - la fregatura? Quali maschere indossa infatti, di solito? "Fratello, amico, fidanzato", poliziotto - si può aggiungere - scienziato e chi più ne ha più ne metta. Non la strega o l'elfo o il pazzo con la motosega o Freddy. Indossa le stesse maschere che tutti indossiamo e se può farlo per rendersi normale è perché in effetti sono travestimenti, sono ruoli, cose che dichiarano e nascondono. Non solo Dexter. Potenzialmente chiunque. Ecco perciò che l'implicazione fastidiosa di poco fa diventa un'accusa velata. Come si fa a distinguere il maniaco dalla persona normale? Come si fa a capire chi dichiara e chi nasconde? Chi mente e chi no?
Come diceva Bono: "Am I bugging you? I MEAN to bug you!" Tema che ci porta dove, per chiudere questo post fiume? Al problema della vera originalità soggettiva, principe nascosto di questi anni. Dopo l'inversione moderna del tono spirituale dell'unicità, questa è diventata una specie di miraggio, qualcosa che tutti affermano, pretendono di avere e che invece scarseggia sempre più. D'altronde, in questo tempo di bluff, chi è che può andare a vedere la mano? Solo qualcuno che abbia il punto. Tutti gli altri fingeranno di credere alle balle altrui purché gli altri credano alle loro, in un gioco di specchi dove al centro c'è solo un vuoto crescente. In questa situazione, però, vale per tutti ciò che vale per Dexter: "Se una persona mi arriva così vicina scoprirà chi sono veramente e io... non posso permettermelo. E' ora di mettermi la maschera!". Ecco da una parte spiegata la crisi onnipresente delle relazioni primarie, troppo rischiose; inoltre, lo scivolamento è compiuto e il povero animale braccato per cui provavamo pena è diventato una rappresentazione iperbolica di noi: il vicino normale che ha sterminato la famiglia, quel signore tanto per bene che mangiava prostitute, quell'altro che spaccia roba tagliata male. E non è neanche finita qui! Perché in questo simpatico clima, il solo veramente pericoloso è quello che è originale davvero, senza aver bisogno di far stragi o massacrare qualcuno; quello che è spiritualmente unico e può venire a scombinare il gioco degli altri, mostrando quanto sia patetico e insignificante il re nudo. In chiusura di puntata i responsabili della serie si dilettano a sbatterci in faccia la soluzione della sciarada che ci stanno ammannendo, infrangendo gli alibi, ma delicatamente, contando sul fatto che i più non si ricordano le battute di mezz'ora prima e che tutto continuerà a sembrar loro solo un innocuo serial: "Tutti nascondono ciò che sono veramente. A volte seppellisci una parte di te tanto in profondità da dimenticarti che esiste. E a volte vorresti solo dimenticarti chi sei. Non sono il mostro. Non sono né un uomo, né una bestia. Sono qualcosa di completamente nuovo e seguo le mie regole. Sono Dexter".
, ha a che fare con il Web, in particolare con YouTube e con inediti comportamenti delle nuove generazioni in tema di privacy e riservatezza. Il tutto parte dalla constatazione che riserbo, vergogna e discrezione non fanno più parte del loro armamentario emozionale e relazionale. Che, come afferma Danah Boyd, una dei tanti guru che oggi affollano rete e media, "hanno abbattuto [le] mura [che le vecchie generazioni usavano per proteggere le zone più intime della personalità] e hanno cominciato a disperdere i loro pensieri reconditi sulla Rete e a permettere agli altri di intrufolarsi nel loro territorio mentale..." (L'espresso 8, 2007, pp. 176-177).
quanto sono vetero
) della Bildung - e trovandosi d'accordo con loro, come mi succede - si scopre che la questione non è affatto così semplice, che il dialogo incessante tra conscio ed inconscio, tra esperienza intima di vita e rapporti col prossimo è uno dei fattori che innescano il processo virtuoso che porta alla soggettività, che senza di esso rischia di restare lettera morta, o seme che non dà frutto, tanto per disturbare anche qualcun altro... E che la posta in gioco sia proprio la soggettività lo dimostra il prosieguo dell'articolo: "La società si è trasformata in un concorso di esibizionisti", ci dice un altro esperto del settore. Ora, qual è la considerazione implicita dell'esibire? Proprio l'avere qualcosa che valga la pena di essere mostrato. Nel momento in cui ognuno si ritiene tanto interessante da valer la pena di darsi a vedere, compie un gesto di presunzione o di disperazione: o ritiene veramente di essere eccezionale, oppure bluffa e capovolge - come l'Occidente fa spessissimo - la logica delle cose, asserendo di fatto che il gesto del mostrare implica un contenuto rilevante. Cosa tutta da discutere. Nei terabyte di materiali che intasano la rete, di fatto, di interessante c'è sempre meno. C'è, di contro, la richiesta di attenzione per storie qualunque, vissute in superficie, clonate da modelli di più che dubbia significatività, che va a complicare ulteriormente - sia per i materiali che per l'esempio - la strada di quei pochi che si rendono conto che diventare qualcuno è parecchio più complicato di così. Qualcuno che somigli a noi stessi, e non a Paris Hilton.