Ciottoli

Quasi una rivista, quasi un giardino Zen

CHE BLOG E' QUESTO

Le nuove tecnologie, i modelli di comportamento e i modi di comunicazione che inducono, non possono venire tralasciati dall’attenzione didattica, né – quel che forse è peggio – semplicemente adattati a vecchi schemi che con essi non hanno nulla a che fare. Questo blog è parecchie cose, in un’ottica di estrema flessibilità funzionale: un esperimento di elaborazione di contenuti ad hoc per un’esperienza di e-learning; un’occasione per accennare riflessioni su temi eterodossi che difficilmente nell’Accademia troverebbero spazio; una galleria di esempi su come articolare un ragionamento sociologico a partire da quelle che potrebbero sembrare quisquilie; un cantiere dove testare nuove forme di interattività in una costruzione comune del sapere.

RADICI

È senz’altro un compito difficile educare gli studenti al colpo d’occhio sociologico, dal quale tutto dipende e che, nelle singole occorrenze sociali, si occupa soprattutto di distinguere la forma sociale dal contenuto empirico. Ma una volta che lo sguardo sociologico è acquisito, i fatti sociali si trovano con crescente facilità.

Georg Simmel

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martedì, 03 aprile 2007

YouTube, MeTube... WhoTube?

Nella perenne rincorsa agli arretrati dell'Espresso, mi sono appena imbattuto in un articolo (che conto di aggiungere quanto prima all'archivio di www.sociologica.it) che offre spunti attuali per un tema antico, e probabilmente l'idea per un futuro saggio. L'articolo, come il lettore attento potrebbe sospettare , ha a che fare con il Web, in particolare con YouTube e con inediti comportamenti delle nuove generazioni in tema di privacy e riservatezza. Il tutto parte dalla constatazione che riserbo, vergogna e discrezione non fanno più parte del loro armamentario emozionale e relazionale. Che, come afferma Danah Boyd, una dei tanti guru che oggi affollano rete e media, "hanno abbattuto [le] mura [che le vecchie generazioni usavano per proteggere le zone più intime della personalità] e hanno cominciato a disperdere i loro pensieri reconditi sulla Rete e a permettere agli altri di intrufolarsi nel loro territorio mentale..." (L'espresso 8, 2007, pp. 176-177).Uroboros
Questo lo chiamerei un crocevia, dove si intrecciano discorsi sociologici e psicologici e, più latamente, esistenziali. Andando a disturbare Neumann e la sua Storia delle origini della coscienza, verrebbe quasi spontaneo un parallelo tra le mura medievali stigmatizzate dalla Boyd e il faticoso processo di costruzione del sé, tutto volto ad arginare la participation mystique uroborica e quindi proprio quella dispersione che invece la Rete sembra invitare nei suoi giovani frequentatori. E anche in quelli meno giovani, se vogliamo ricordare che la soggettività non è un fenomeno anagrafico, ma un flusso e una conquista quasi quotidiani. Cosa che sembrerebbe poter costituire un problema, se fossimo un tantino più attenti a ciò che accade (o, più spesso, non accade) dentro di noi, se quel processo di chiusura e fortificazione è il processo che ci ha permesso di diventare uomini coscienti. È vero d'altro canto che lo stesso Neumann ci segnala una difficoltà derivante dall'eccessiva accentuazione della separazione tra conscio e inconscio, dalla recisione di ogni legame dell'Io dalle sue radici emotive, caotiche e creative.
In questo senso, questa nuova tendenza la si potrebbe leggere col solito schema della corsa del pendolo: prima l'eccesso delle barricate, poi quello dell'abbattimento dei recinti...
Tutto questo sottintende però alcuni fatti dati come assodati ed aproblematici: quello che qui mi sembra più rilevante è la circostanza per cui si è comunque soggetti e queste dinamiche possono perturbare o aiutare questo nostro stato. Ed è qui, come direbbero i latini, che latet anguis in herba. Disturbando questa volta i teorici ottocenteschi (dio, Wilhelm von Humboldtquanto sono vetero ) della Bildung - e trovandosi d'accordo con loro, come mi succede - si scopre che la questione non è affatto così semplice, che il dialogo incessante tra conscio ed inconscio, tra esperienza intima di vita e rapporti col prossimo è uno dei fattori che innescano il processo virtuoso che porta alla soggettività, che senza di esso rischia di restare lettera morta, o seme che non dà frutto, tanto per disturbare anche qualcun altro... E che la posta in gioco sia proprio la soggettività lo dimostra il prosieguo dell'articolo: "La società si è trasformata in un concorso di esibizionisti", ci dice un altro esperto del settore. Ora, qual è la considerazione implicita dell'esibire? Proprio l'avere qualcosa che valga la pena di essere mostrato. Nel momento in cui ognuno si ritiene tanto interessante da valer la pena di darsi a vedere, compie un gesto di presunzione o di disperazione: o ritiene veramente di essere eccezionale, oppure bluffa e capovolge - come l'Occidente fa spessissimo - la logica delle cose, asserendo di fatto che il gesto del mostrare implica un contenuto rilevante. Cosa tutta da discutere. Nei terabyte di materiali che intasano la rete, di fatto, di interessante c'è sempre meno. C'è, di contro, la richiesta di attenzione per storie qualunque, vissute in superficie, clonate da modelli di più che dubbia significatività, che va a complicare ulteriormente - sia per i materiali che per l'esempio - la strada di quei pochi che si rendono conto che diventare qualcuno è parecchio più complicato di così. Qualcuno che somigli a noi stessi, e non a Paris Hilton.
Paris Hilton


postato da: FabioDA alle ore 12:54 | link | commenti
categorie: relazione, soggettività
giovedì, 07 dicembre 2006

Dr. House o la medicina come arte

Hugh Laurie as doctor Greg HouseWell, well, well, è un po' che avevo in mente di dedicare un post al fenomeno serial qui accanto e questo insolito affollarsi di commenti qui su Ciottoli mi ha spinto all'azione, e alla collocazione, anche Al di là dei pregi e difetti della produzione seriale - la ripetitività del modulo, il senso di familiarità e partecipazione che si instaura col cast, la ritualità dell'appuntamento settimanale (quando li si segua in TV) - House m.d. gode a mio parere di due assi nella manica, uno senz'altro intenzionale, l'altro forse più inconsapevole. Il primo sta nell'abilità notevolissima - quasi geniale - del team di scrittori di ritrarre il personaggio chiave e di confezionargli dialoghi tagliati su misura, alla quale si correla la bravura dell'interprete Hugh Laurie (invito gli anglofoni a leggere le sue frasi memorabili riportate su Imdb *grin*). Una di queste mi porge il destro per spostarmi al secondo atout della serie. Cito: "Sono cresciuto con una certa antipatia per le cose antiscientifiche, così l'attuale innamoramento per tutto quel che è orientale mi snerva un tantino. Se starnutisco sul set, subito 40 persone mi porgono dell'echinacea: piuttosto che prenderla mangerei una matita. Forse è per questo che ho cominciato con la boxe: è la mia risposta a gente in pigiama bianco che cerca di sentirsi il chi"...
Da una parte ciò depone a favore della mia equanimità, visto che pratico da un po' il tai chi dall'altra mostra quanto l'aspetto che metterò ora inTai chi evidenza sia probabilmente fuori dalla percezione dei responsabili della serie. Di fatto l'intero impianto di House m.d. è un atto di accusa alle pretese totalizzanti della medicina contemporanea, alla sua rinuncia allo status di arte a favore di un abbraccio incondizionato alla dimensione scientifica, intesa come capacità tendenzialmente assoluta di previsione e cura (e oggi di prevenzione, con i correlati problemi di prescrittività sociale che le sue teorie portano con sé. Basta pensare alle crociate contro il fumo o in favore di uno stile di vita "sano"...). Greg House, sebbene forte di un sapere scientifico ineccepibile e decisamente al di sopra della media, usa di questo sapere in modi assolutamente eterodossi e ne mette di continuo in luce le fallacie e l'inaffidabilità, quando separato dal genio individuale. Si lamenta spesso delle distorsioni e particolari cecità che causa il ricorso massiccio alle analisi computerizzate, che impediscono di apprezzare qualità dei campioni che un medico premoderno avrebbe valutato senza fallo. Arriva addirittura a replicare antichi metodi che oggi suscitano orrore, come quando assaggia del vomito per dedurne gli elementi costitutivi. Salta a piedi pari protocolli e procedureI visitatori burocratizzate, sottolineando ogni volta l'unicità del malato che si trova sotto le grinfie, unicità cinicamente disgiunta da giudizi di valore, assunta semplicemente come dato di fatto. In questo suo muoversi originale sullo sfondo di un ospedale tipico, risalta come un extraterrestre tra le schiere di adoratori del dato, o forse come uno dei "visitatori" che una pellicola di qualche tempo fa aveva ritratto con esiti assai comici.
Di fatto Greg House è un bell'esempio di quel sapere inclusivo di cui si parla piuttosto spesso, chiamandolo "pensiero complesso" o "logica et/et" o qualcuna delle tante altre definizioni disponibili, un sapere che si rende conto che i confini tra scienza e pseudoscienza sono nella migliore delle ipotesi fuzzy - come scriveva svariati anni fa un antesignano di simili - sballati, direbbero i più  - punti di vista, Charles Fort. Autore, tra le altre cose, del Libro dei dannati (pubblicato nel 1919 e ristampato, in ultimo, nel 1999, ohibò!), la cui tecnica di redazione ricorda pericolosamente il modo in cui il serial del nostro misantropo dottore è nato. Racconta infatti Imdb che lo show sia stato ispirato da The Diagnosis Column del New York Times Magazine, dove si descrivono casi medici inusuali; Fort è partito dalla stessa considerazione, concentrandosi però sui casi definiti inspiegabili dalle riviste scientifiche dell'epoca, relegati di norma in trafiletti schiaffati nelle ultime pagine: ne ha raccolti a centinaia, che sono poi diventati i "dannati" del libro omonimo. Tipo interessante, ha lasciato alcune memorabilia che vale la pena citare: "Non posso concepire niente, in religione, scienza o filosofia, che sia qualcosa in più della cosa giusta da indossare per un momento". Se questa è già piuttosto intrigante, ricordando molto storie Zen su Buddha che darebbero sui nervi a Hugh Laurie , quest'altra ci riporta dritti dritti in un contesto più noto, che risuona di Simmel e Jung: "Ma il mio più vivo interesse non è tanto nelle cose, quanto nella relazione tra le cose. Ho speso molto tempo pensando alle presunte pseudo-relazioni che vengono chiamata coincidenze. Che accadrebbe se alcune di esse non lo fossero?"
Direi che per essere un "semplice" serial di spunti ne offre parecchi, no?

postato da: FabioDA alle ore 18:37 | link | commenti
categorie: medicina, serial, relazione
venerdì, 02 giugno 2006

Barbari e barbari

Alessandro Baricco si sta cimentando con un iperfeuilleton dal titolo eloquente I Barbari, le cui diverse puntate possono consultarsi visitando questa pagina. Al di là dell'indubbio interesse dell'operazione e dei contenuti, dove trovo all'opera un'ottica acutamente simbolica e transdisciplinare, quello che più mi lascia interdetto è la consultazione dei commenti dei lettori, stessa perplessità che mi attanaglia quando visito blog istituzionalizzati come quelli di Grillo o Rampini. Più che un dibattito sul tema in oggetto, quello che va ricorsivamente in scena è un bisogno isterico di espressione, l'incapacità di rinunciare per un attimo ai propri punti di vista e anzi il bisogno - di nuovo - di assumerli come pietra di paragone su cui infrangere tutto ciò che non vi si attaglia, di farli pietra con cui attaccare chiunque - cioè di norma tutti gli altri - non sia assolutamente e senza sfumature d'accordo con le proprie idee. Credo si dovrebbe avviare una riflessione scevra da pregiudizi sulla qualità dei contenuti del web, superando l'entusiasmo quantitativo e cominciando a porsi seriamente il problema dello smaltimento dei rifiuti 

postato da: FabioDA alle ore 15:45 | link | commenti
categorie: media, relazione
venerdì, 24 marzo 2006

The 4400, ovvero USA e rapporti primari

The 4400Di norma ci si mette a guardare la tv senza farci troppo caso  Il malefico apparecchio, tra l'altro, è dotato di un'assertività magica per la quale tendiamo a dar per buono quello che ne esce perlomeno fino a prova contraria e in molti casi ben oltre ogni ragionevolezza. Il senso critico si appanna e va a finire che non si notano buchi di trama, contraddizioni o particolari stridenti che ci parlano di multicultura e profonde differenze in seno al nostro occidente. The 4400 rientra a dire il vero nell'ultima categoria, in quanto testo denso di spunti sui rapporti umani in terra d'America (USA). Trama da maniaci: 4400 disgraziati vengono rapiti da alieni (o almeno sembra la circostanza più probabile) nell'arco di sessant'anni e poi rispediti sulla Terra tutti insieme ai giorni nostri. Facile immaginare che il loro ritorno crei qualche problema a livello di rapporti primari, nelle reti di cui facevano parte e anche negli stessi malcapitati, che tra l'altro non sono invecchiati di un giorno e hanno a che fare con parenti e amici morti o decrepiti. Ma questo non sarebbe nulla! Il focus della questione è sul tipo di problemi e sulle dinamiche che innescano. Allora: al di là di una generica accusa di essere freak, mostri (raccomando la splendida canzone dei Marillion dallo stesso nome, testo qui) che possiamo ricollegare senza grosso stress all'angoscia del diverso, abbiamo un generoso assortimento di casi umani che - e questo è l'aspetto più inquietante - non vengono concepiti come particolarmente centrati sull'aspetto relazionale, ma presentati come una "normale" esplorazione delle reazioni del cittadino medio verso i suoi cari scomparsi senza alcuna colpa per circostanze inspiegabili. Una mogliettina torna a casa dopo 13 anni: lasciava un marito e una figlia di 6 mesi. Quando viene dimessa dalla quarantena cui tutti e 4400 sono stati sottoposti, non trova un'anima ad attenderla e, una volta arrivata a casa, scopre che il marito si è risposato e non ha mai detto alla figlia che l'attuale madre non è la madre naturale. Dopo 13 anni potremmo dire che è comprensibile, ma non ti sprechi neanche ad andare a dirglielo di persona, pur se avvisato dalle autorità? E la prima cosa che fai è appiopparle un'ordinanza restrittiva che le impedisca di avvicinarsi a te e alla figlia?Laughing Mannequins - Alvarez Bravo Un ragazzo torna dopo soli 3 anni, quando è stato preso suo cugino che era con lui è entrato in coma e c'è rimasto. Lo zio, investigatore protagonista della serie, come lo vede lo accusa praticamente di essere il responsabile della disgrazia del figlio e gliene chiede conto, pur sapendo che tutti  e 4400 non ricordano un beneamato accidenti.  Sembra convinto che il nipote abbia spento suo figlio per poi andarsi  a fare una gita intergalattica Il fratello del giovane, dopo i primi momenti di gioia, comincia a condividere l'atteggiamento imbarazzato-stolido-vigliacco di tutti i suoi coetanei e poi, dopo aver assistito a una strana manifestazione di potere da parte del parente ritornato, gliene chiede ripetutamente conto a brutto muso per poi dileggiarlo apertamente. La richiesta di spiegazioni è il centro delle dinamiche di relazione, lo choc dell'incomprensibile si traduce in stigma per gli involontari portatori e non c'è alcun tessuto di affettività che faccia premio sullo stress razionale, alcun legame che spinga a fare muro in suo nome, come ci aspetteremmo - nel bene o nel male - in un contesto simile al nostro. Carne e sangue non parlano a nessuno degli sventurati o ai loro congiunti. Sì, perché non è che gli sventurati siano molto meglio. Il giovane di cui qui sopra, una volta scoperto che il cugino è in coma un po' anche a causa sua, ci mette quasi un mese per andarlo a trovare in ospedale e, quando lo fa, si sospetta che sia solo per testare una teoria su un suo nuovo, inspiegabile potere. Già, non sono solo freaks nell'immaginazione collettiva, lo sono diventati anche di fatto, in una versione nuova e interessante del tema di X-Men

postato da: FabioDA alle ore 00:53 | link | commenti
categorie: media, serial, relazione, rapporti primari