Ciottoli

Quasi una rivista, quasi un giardino Zen

CHE BLOG E' QUESTO

Le nuove tecnologie, i modelli di comportamento e i modi di comunicazione che inducono, non possono venire tralasciati dall’attenzione didattica, né – quel che forse è peggio – semplicemente adattati a vecchi schemi che con essi non hanno nulla a che fare. Questo blog è parecchie cose, in un’ottica di estrema flessibilità funzionale: un esperimento di elaborazione di contenuti ad hoc per un’esperienza di e-learning; un’occasione per accennare riflessioni su temi eterodossi che difficilmente nell’Accademia troverebbero spazio; una galleria di esempi su come articolare un ragionamento sociologico a partire da quelle che potrebbero sembrare quisquilie; un cantiere dove testare nuove forme di interattività in una costruzione comune del sapere.

RADICI

È senz’altro un compito difficile educare gli studenti al colpo d’occhio sociologico, dal quale tutto dipende e che, nelle singole occorrenze sociali, si occupa soprattutto di distinguere la forma sociale dal contenuto empirico. Ma una volta che lo sguardo sociologico è acquisito, i fatti sociali si trovano con crescente facilità.

Georg Simmel

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domenica, 13 aprile 2008

Persi nel labirinto

Vignetta proprio niente male :)Oh beh, ci risiamo  anche stavolta ci sono ricascato, il che mi spinge a qualche derivazione paretiana per giustificare le ore che passerò a interrogarmi sulla quarta stagione di Lost. Avevo giurato, alla fine della seconda (la peggiore, per me), che non mi avrebbero più avuto, poi la curiosità mi ha spinto ai primi episodi della terza... Mettiamoci anche recensioni entusiastiche captate qua e là, addirittura paralleli con Balzac, e allora ci si interroga: mi è sfuggito qualcosa? Cosa c'è in questa zuppa con trichechi di tanto intelligente? Per carità, il ritmo e la gran parte dei colpi di scena sono magistrali, però è altrettanto vero che spesso si ha la netta sensazione che gli autori abbiano esagerato, che si siano persi anche loro...

E allora, potrei chiedere? Ci sarebbe qualcosa di male oppure paradossalmente potrebbe non esserci modo migliore di andare avanti? Arrancando, come facciamo un po' tutti in questo inizio di XXI secolo, orfani di certezze, verità e altri tipi di bussola, gettati in una cultura che ricorda sempre più da vicino Tafazzi, ma senza la simpatia. C'è qualcosa del cupio dissolvi in un flusso di pensiero, ricerca e ragionamento che mira senza tregua a minare le sue stesse basi, ad annullare i suoi presupposti e la sua stessa pensabilità in nome di... cosa? Della soddisfazione masochistica di aver avuto Ragione? Dell'affrancamento da una dimensione emotiva ed estetica che si è deciso di giudicare non umana, maUn'isola animale (e dalli con questi insulti agli animali, che hanno la sola colpa di non essere come noi e di non saper reagire)? La cieca determinazione al controllo mostra ogni giorno di più la sua impossibilità e nel frattempo devasta ogni provincia superstite in cui penetra: che si tratti di tecnologie ultrasofisticate che non ti impediscono di esser vittima o di un fumo nero che sgorga a tradimento dagli alberi che cambia? Cosa dire del mondo oltre l'isola se perfino l'isola - uno sputo di terra - è troppo da capire, se annulla ogni tentativo di domarla, o spiegarla, con colpi di scena imprevedibili? E il bello è che la chiave della comprensione potrebbe trovarsi in un progetto precedente, in un metadiscorso chiamato Dharma (che è un altro nome del Tao e mette in luce oltre ogni dubbio la hybris che affligge i suoi creatori) che già di suo è andato a carte 48. L'isola fatidica è lo scoglio della cultura occidentale, quello che affonda a ripetizione i suoi Titanic. E' il buco dal quale devi fuggire a tutti i costi perché manda in cortocircuito il tuo modo di comprendere il mondo, anche se non hai nulla cui tornare là fuori.

Una delle domande più impellenti cui volevo rispondere stasera è questa: perché hanno tutti così tanta fretta di andar via? La gran parte dei protagonisti non ha una vita, ha solo desolazione, grane, solitudine, eppure non si gode un momento che è uno in un posto che sembra il paradiso in terra, tanto che Hugo si ricorda di fare un tuffo solo quando è finalmente certo di star andando via... Certo, una parola grossa diciamo che pensa di star andando via e quindi rassicurato può comportarsi come sa fare in un contesto ridiventato come per incanto comprensibile. Una delle tracce interpretative più ammiccanti è proprio questa: l'incapacità di vivere fuori dai quadri condivisi, familiari, anche se non ti hanno dato nulla di buono, e lo scarto che impari soltanto dopo. Quando ti penti di non averci pensato prima e vorresti tornare lì. All'Eden perduto? A una condizione migliore che ti era stata mostrata e che non hai capito, perché di norma non capiamo un accidenti?

E poi c'è il Destino, la teleologia del vivere contro la radicale mancanza di senso, quella che trasforma in eroi anche degli ex-tossici e a tratti sbalza il discorso a livelli cui siamo impreparati. L'isola chiama, l'isola sceglie. La sola rassicurazione possibile è l'inserimento in un disegno più grande, la fede con o senza maiuscola? Abbiamo grossi pregiudizi su tutto ciò che limita la nostra libertà tranne che su noi stessi, che spesso siamo i primi a rinchiuderci in idee stantie e non nostre, che la libertà vera non sappiamo più dove sta di casa e fuggiamo da chi tenta di mostarcela. O gli spariamo, come capita spesso al buon Locke, uno dei tanti miracolati, ma almeno uno che ha capito. Che lì dopo tutto si sta meglio.
Un panorama dell'isola

postato da: FabioDA alle ore 00:05 | link | commenti
categorie: cultura, progetto, serial, fiducia
sabato, 28 gennaio 2006

Simmel e i periodici

Le prime cose sono sempre le più difficili da scrivere, anche se si tratta soltanto di ciottoli, termine più orientale che ho scelto per parlare di frammenti, schegge, accenni, affioramenti di idee eccetera eccetera. Ho sempre difficoltà a definire un inizio. Ne ho sempre avute, adepto anzitempo della forma formans e quindi in fuga dalla noia mortale che viene dall’intraprendere un progetto del quale si sa già dove andrà a finire. A questo proposito Maffesoli cita una splendida frase di Benjamin che potrebbe essere il manifesto di queste pagine virtuali: “L’opera è la maschera mortuaria della concezione”. E allora eccomi qui che mi dibatto in un abbozzo di idea, vedendomi lampeggiare davanti agli occhi spunti interessanti ma ancora incapace di preferirne uno, anche se sotto sotto lo so dove vorrei andare a parare. Vorrei prendermela un po’ con questa malefica trovata del “progetto”, che avvelena la vita e le ruba ritmo e sostanza, trovata contrabbandata per di più come sprazzo di genio e che non fa invece che sterminare l’incanto dei giorni, ipotecando il futuro e rendendolo inutile di esser raggiunto.

Accidenti, avevo pensato di restare più sul fair play, invece di ritrovarmi nel bel mezzo di un’invettiva, ma tant’è! Pian piano imparerò a dosare anche queste righe. A prescindere dallo stile, però, il senso c’è e per darne una percezione migliore ho pensato di ricorrere al mio maestro – anch’egli virtuale, ma per un problema di diacronia – Georg Simmel e a uno dei tanti spunti che mi ricordo, senza però sapere da dove, senza potergli quindi dare un’adeguata veste formale in sede di saggio scientifico Notava, Simmel, che l’idea di stampa periodica è in fin dei conti un controsenso, laddove si intenda la notizia come qualcosa di cui vale la pena informare un qualche pubblico. Perché chi garantisce ai redattori la disponibilità regolare di notizie? La loro necessità, generata dagli investimenti in apparecchiature, stipendi e materie prime, di presentarsi regolarmente in edicola non farà che obbligarli a costruire come notizie fatti che si potrebbero senza alcuna difficoltà passare sotto silenzio, incrementando la mole già smodata di cultura oggettiva che asfissia i poveri soggetti e disorientandoli sempre più. Allo stesso modo, questa regolarità potrebbe costringere i valenti giornalisti a non riuscire a dar conto di un periodo particolarmente “interessante” – à la Mao – perché le maledette notizie potrebbero allora presentarsi in modo concitato e disordinato, rendendo controproducente la “saggia” pianificazione economicamente fondata…

L’aspetto strumentalmente soffocante dell’idea di progetto assume caratteri iperbolici quando la si applica alla ricerca scientifica (e qui la lingua batte dove il dente duole ). Non so se coloro che sembrano preferire lo schema alla ricerca stessa (forma contro vita? Ma dai!) si rendano conto o meno del paradosso, ma se veramente cerco qualcosa non so assolutamente come trovarlo prima di averlo trovato, figuriamoci prevedere i diversi steps che mi ci porteranno e il tempo che mi occorrerà per completarli. Di fatto è una gigantesca presa per i fondelli, reciproca e condivisa, per ingigantire ancora una volta la massa (la quantità? Ma dai!) di prodotti scientifici – e anche qui l’uso del termine spinge a serrare le mascelle per non urlare! – che la nostra cultura si inorgoglisce di evacuare costantemente sul mercato, nella strenua convinzione che tanto sia buono e di più sia meglio. Al di là di questo, tuttavia, la questione è anche più esistenzialmente profonda: dov’è lo stimolo a raggiungere un domani del quale si sa già tutto: la scansione degli impegni, il tempo atmosferico, gli incontri, il luogo dove avverrà? L’unica cosa che può avere di buono una pianificazione così spinta è che mi permette di dare i giorni per già vissuti con largo anticipo e quindi strappati simbolicamente alla morte, anche se – come nota il buon Woland – “è proprio dell’uomo essere mortale all’improvviso” e non credo che al saldo finale un progetto di giorno valga quanto un giorno vissuto. L’ironia profonda di questa smania regolativa sta proprio qui: nel fatto che, pur senza morire, si passa di progetto in progetto, perdendo di vista il fascino, il rischio e la sorpresa della vita che si fa, continuamente dimentica dei nostri programmi. E l’aver precedentemente progettato ci lascia a disposizione, nel migliore dei casi, una soddisfazione disincantata per lo svolgersi regolato dei fatti previsti: nessuna gioia in caso di successo, terribili frustrazioni in caso di (probabile, per la legge di Murphy) fallimento. Frustrazioni amplificate dalla posta in pegno metafisica di ogni questione di controllo: se non riesco neanche a fare il tagliando alla macchina, figurati sopravvivere con una certa tranquillità!

Tante parole per dire che non so che ritmo avranno i post in questo blog, vero? Né se si rivelerà una buona idea o l’ennesima meteora. Quel che certo è che per ora tutto mi sembra tranne che una maschera mortuaria 


postato da: FabioDA alle ore 16:52 | link | commenti (1)
categorie: progetto, telos