Quasi una rivista, quasi un giardino Zen

- è l'estrema eterodossia del personaggio, incarnata nelle molte mail di protesta dirette da pazienti e medici italiani all'inserto Salute del Corriere della Sera. Eterodossia che anzi quasi tutti si sono sforzati di far rientrare in schemi consolatori come l'eroe burbero ma buono, il medico appena meno canonico del solito, etc. Come già scrivevo tempo fa, invece, per quanto possa sembrare controfattuale, il fascino del "buon" Gregory non è tanto nel giocare al di fuori delle regole - comportamento dopotutto non particolarmente originale - ma nell'incarnare una medicina completamente diversa da quella odierna, sempre più dipendente da analisi tecnologiche ed apparecchiature esoteriche e arroccata in una pretesa di infallibilità dai costi logistici ed esistenziali costantemente in crescita. Per lui la medicina è arte, intuizione, soprattutto incertezza. Unite a una sana dose di scetticismo sulle capacità miracolose di esami e altre diavolerie. House è la ragione com'era prima del mito del Progresso, versatile e capace di errore. Ma è anche altro. E quest'altro è ancora meno digeribile dal discorso culturale prevalente, che infatti si limita a sfruttarne il fascino senza però indagare troppo in proposito: House è l'individuo di talento, il genio, che si fida delle sue fulminazioni contro l'evidenza documentale e usa della sua certezza per sé e per gli altri, mettendosi ogni volta interamente a rischio. E' il contrario dell'omologazione statistica, del canone ormai inflazionato del lavoro di squadra - tant'è vero, come si notava in trasmissione, che è solo, usa il suo team come specchio, uditorio quasi del tutto privo di capacità d'azione - è un essere inattuale scaturito da un passato dove la fede nel soggetto era ben più viva di quanto non sia oggi, sebbene il soggetto stesso, poco democraticamente, non potesse essere chiunque, ma solo chi avesse il dono.
Well, well, well, è un po' che avevo in mente di dedicare un post al fenomeno serial qui accanto e questo insolito affollarsi di commenti qui su Ciottoli mi ha spinto all'azione, e alla collocazione, anche
Al di là dei pregi e difetti della produzione seriale - la ripetitività del modulo, il senso di familiarità e partecipazione che si instaura col cast, la ritualità dell'appuntamento settimanale (quando li si segua in TV) - House m.d. gode a mio parere di due assi nella manica, uno senz'altro intenzionale, l'altro forse più inconsapevole. Il primo sta nell'abilità notevolissima - quasi geniale - del team di scrittori di ritrarre il personaggio chiave e di confezionargli dialoghi tagliati su misura, alla quale si correla la bravura dell'interprete Hugh Laurie (invito gli anglofoni a leggere le sue frasi memorabili riportate su Imdb *grin*). Una di queste mi porge il destro per spostarmi al secondo atout della serie. Cito: "Sono cresciuto con una certa antipatia per le cose antiscientifiche, così l'attuale innamoramento per tutto quel che è orientale mi snerva un tantino. Se starnutisco sul set, subito 40 persone mi porgono dell'echinacea: piuttosto che prenderla mangerei una matita. Forse è per questo che ho cominciato con la boxe: è la mia risposta a gente in pigiama bianco che cerca di sentirsi il chi"...
dall'altra mostra quanto l'aspetto che metterò ora in
evidenza sia probabilmente fuori dalla percezione dei responsabili della serie. Di fatto l'intero impianto di House m.d. è un atto di accusa alle pretese totalizzanti della medicina contemporanea, alla sua rinuncia allo status di arte a favore di un abbraccio incondizionato alla dimensione scientifica, intesa come capacità tendenzialmente assoluta di previsione e cura (e oggi di prevenzione, con i correlati problemi di prescrittività sociale che le sue teorie portano con sé. Basta pensare alle crociate contro il fumo o in favore di uno stile di vita "sano"...). Greg House, sebbene forte di un sapere scientifico ineccepibile e decisamente al di sopra della media, usa di questo sapere in modi assolutamente eterodossi e ne mette di continuo in luce le fallacie e l'inaffidabilità, quando separato dal genio individuale. Si lamenta spesso delle distorsioni e particolari cecità che causa il ricorso massiccio alle analisi computerizzate, che impediscono di apprezzare qualità dei campioni che un medico premoderno avrebbe valutato senza fallo. Arriva addirittura a replicare antichi metodi che oggi suscitano orrore, come quando assaggia del vomito per dedurne gli elementi costitutivi. Salta a piedi pari protocolli e procedure
burocratizzate, sottolineando ogni volta l'unicità del malato che si trova sotto le grinfie, unicità cinicamente disgiunta da giudizi di valore, assunta semplicemente come dato di fatto. In questo suo muoversi originale sullo sfondo di un ospedale tipico, risalta come un extraterrestre tra le schiere di adoratori del dato, o forse come uno dei "visitatori" che una pellicola di qualche tempo fa aveva ritratto con esiti assai comici.
, quest'altra ci riporta dritti dritti in un contesto più noto, che risuona di Simmel e Jung: "Ma il mio più vivo interesse non è tanto nelle cose, quanto nella relazione tra le cose. Ho speso molto tempo pensando alle presunte pseudo-relazioni che vengono chiamata coincidenze. Che accadrebbe se alcune di esse non lo fossero?"