Ciottoli

Quasi una rivista, quasi un giardino Zen

CHE BLOG E' QUESTO

Le nuove tecnologie, i modelli di comportamento e i modi di comunicazione che inducono, non possono venire tralasciati dall’attenzione didattica, né – quel che forse è peggio – semplicemente adattati a vecchi schemi che con essi non hanno nulla a che fare. Questo blog è parecchie cose, in un’ottica di estrema flessibilità funzionale: un esperimento di elaborazione di contenuti ad hoc per un’esperienza di e-learning; un’occasione per accennare riflessioni su temi eterodossi che difficilmente nell’Accademia troverebbero spazio; una galleria di esempi su come articolare un ragionamento sociologico a partire da quelle che potrebbero sembrare quisquilie; un cantiere dove testare nuove forme di interattività in una costruzione comune del sapere.

RADICI

È senz’altro un compito difficile educare gli studenti al colpo d’occhio sociologico, dal quale tutto dipende e che, nelle singole occorrenze sociali, si occupa soprattutto di distinguere la forma sociale dal contenuto empirico. Ma una volta che lo sguardo sociologico è acquisito, i fatti sociali si trovano con crescente facilità.

Georg Simmel

Commenti recenti

EternitaMancate in La Torre Nera

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Consigli


Get Firefox!

Contatore

visitato *loading* volte
venerdì, 24 novembre 2006

Bulli e pupe

Sto evidentemente invecchiando. Lo intuisco da segni diversi. Uno, ad esempio, è lo scarso entusiasmo con cui lavoro a questo blog - al qualedon Juan Matus d'altro canto non concorre il vivace feedback che ne origina *sigh* - come se la "follia controllata" di cui parlava il don Juan di Castaneda cominciasse a farmi difetto nella sua pars construens, quella in cui si agisce "come se" le cose di questo mondo avessero una qualche importanza. Un altro segno è il decrescere della soglia di tolleranza della stupidità, unito alla sconsolata constatazione che la prima legge di Cipolla ha il limite tendente all'infinito, come già suggeriva d'altronde Einstein. E' vero, sempre ed inevitabilmente ognuno di noi sottovaluta il numero di individui stupidi in circolazione. Paretianamente, si tende a trasformare questa insopportabile verità in qualcosa all'apparenza peggiore, ma capace per paradosso di riscattare la pretesa all'intelligenza della specie. Si parla allora di interessi, di egoismo, di ipocrisia, qualcosa insomma che permetta di salvare la faccia della razionalità, se non quella dell'etica di cui tanto non importa più un tubo a nessuno... L'età sembra suggerire che si tratta di pie illusioni, che il diavolo - se esiste - ha già vinto sulla Terra per manifesta inferiorità dell'avversario. E anche sul diavolo, in ultima analisi, si addensano foschi dubbi: a che serve se non a salvare la fola estrema che si debba pagare per la propria stupidità (in chiave valoriale, i propri peccati)? Un giudizio e una pena salvano anch'essi la faccia del genere umano, crudele, spietato, pronto a sacrificare gli altri, ma per calcolo, per Katrina a New Orleansuna qualche forma corrotta di intelligenza. Il problema è che la stupidità si annida nell'argomento stesso: quale sarebbe la forma di intelligenza che, in vista di un guadagno immediato, sacrifica la possibilità stessa di goderne devastando l'ambiente in cui questo godimento dovrebbe aver luogo? Avrei detto che Verga avesse già dimostrato in modo inequivocabile che "la roba" non si può portare all'altro mondo, inferno o paradiso che sia. Si è evidentemente pensato di portare qui l'altro mondo, dimentichi di diritti umani universali e generazioni future...
E già che parliamo di generazioni future, veniamo all'oggetto iniziale di questo post, dedicato all'emergenza sociale che oggi tiene banco, il bullismo e le sue ricadute multimediali. In prima battuta, non ho potuto evitare un brivido nervoso per l'ipocrisia diffusa con cui il tema viene affrontato un po' ovunque, nelle pillole di saggezza e nei pareri degli esperti. E poi mi sono autosnervato per la condiscendenza ipocrita con cui l'uso di questa categoria tratta la società e la cultura che esprime. Ipocrisia vorrebbe dire che qualcuno ha ben chiare le ragioni dell'escalation della violenza minorile e per suoi oscuri motivi le dissimula dietro letture da esse difformi, fatte di luoghi comuni e ciance assortite. Magari! L'età che avanza suggerisce che dietro l'idea che i cellulari ne siano in parte responsabili non ci sia altro che atrofia cerebrale, che lo stupore con cui si accolgono imprese e relativi filmati sia genuino. Dopo che da decenni si martella ovunque l'equazione "visibilità mediatica=esistenza" e la gemella
"visibilità mediatica=successo" ci si stupisce che essa sia perseguita ad ogni costo, di norma con i mezzi più semplici, la violenza - individuale o di gruppo - o il rischio della vita. Dopo decenni in cui si è profuso ogni sforzo per trasformare i bambini, o ragazzini, in consumatori simili agli adulti, ci si stupisce che essi, sprovvisti delle più elementari leve critiche, adottino anche gli altri lodevoli modelli di comportamento che gli adulti offrono loro.
Uno dei pochi che oggi sembra conservare senso di responsabilità e, Roberto Savianomeglio, di dignità, è Roberto Saviano, giornalista e scrittore napoletano di raro coraggio. In un suo recente articolo sull'Espresso, degno di attenta ed approfondita analisi, scrive:

Vedevo che i clan del centro storico meno potenti si stavano riorganizzando. E il primo passaggio è stato quello di ritornare sul territorio, negozi, magazzini, salumerie, le nuove leve dei clan stanno invece pensando a come tornare ad apparire mediaticamente i più temibili, divenire nuovamente quelli appartenenti al quartiere che più fa paura: "Dobbiamo far vedere a quelli di Scampia che noi siamo i peggio". Il medesimo stile che sta facendo comprare a moltissimi ragazzi dell'area nord di Napoli lo scooter T-max perché usato dalle paranze di fuoco dei Di Lauro per la parte maggiore degli agguati, una sorta di cavallo meccanico dell'apocalisse. Ma la loro ferocia è la medesima di chiunque possa considerarla uno strumento per crescere economicamente, iniziare un percorso nel mercato. L'ossessione del divenire commercianti e imprenditori, e di considerare lecita ogni forma per raggiungere una meta, l'ossessione che, rendendoli rivali, accomuna non solo i quartieri storici del centro alle periferie e ai paesi del hinterland, ma apparenta Napoli a Mosca o a Rio de Janeiro e mette in relazione le bande che rubano ed estorcono con l'uso di una violenza spropositata, strafatta, adrenalinica con le gang che dilagano per il Centro e Nordamerica, in Africa, in ogni altra parte del mondo.

Se ogni forma è lecita pur di raggiungere la meta che questa cultura ritiene la sola auspicabile, il successo economico e la visibilità che ne consegue - che a un livello più profondo significano esistenza dotata di un senso - perché il bambino o ragazzino non dovrebbe ricorrere ai mezzi a sua disposizione, nutriti dei tanti pregiudizi in cui si è trasformata la libera e responsabile attività del pensiero? Perché non picchiare un qualche portatore di stigma o, in sua assenza, stigmatizzare qualcuno per poterlo picchiare e vantarsene? Perché non replicare le "nuove" pratiche di conquista erotica, segno di una crescente incapacità comunicativa e della violenza brutale che ne consegue? Cosa c'è di strano o di stupefacente? La sola cosa strana è il fatto che queste semplici correlazioni non vengano in mente... Fortuna che c'è Cipolla che offre una desolante, ma efficace, chiave di lettura a questo ingombrante quesito.


postato da: FabioDA alle ore 16:31 | link | commenti (2)
categorie: cultura, media
venerdì, 02 giugno 2006

Barbari e barbari

Alessandro Baricco si sta cimentando con un iperfeuilleton dal titolo eloquente I Barbari, le cui diverse puntate possono consultarsi visitando questa pagina. Al di là dell'indubbio interesse dell'operazione e dei contenuti, dove trovo all'opera un'ottica acutamente simbolica e transdisciplinare, quello che più mi lascia interdetto è la consultazione dei commenti dei lettori, stessa perplessità che mi attanaglia quando visito blog istituzionalizzati come quelli di Grillo o Rampini. Più che un dibattito sul tema in oggetto, quello che va ricorsivamente in scena è un bisogno isterico di espressione, l'incapacità di rinunciare per un attimo ai propri punti di vista e anzi il bisogno - di nuovo - di assumerli come pietra di paragone su cui infrangere tutto ciò che non vi si attaglia, di farli pietra con cui attaccare chiunque - cioè di norma tutti gli altri - non sia assolutamente e senza sfumature d'accordo con le proprie idee. Credo si dovrebbe avviare una riflessione scevra da pregiudizi sulla qualità dei contenuti del web, superando l'entusiasmo quantitativo e cominciando a porsi seriamente il problema dello smaltimento dei rifiuti 

postato da: FabioDA alle ore 15:45 | link | commenti
categorie: media, relazione
venerdì, 24 marzo 2006

Costruire e riprodurre lo stigma

Stasera, tra le news che ultimamente scorrono senza sosta sui servizi del Tg2 c'erano un paio di cose che meritano una minima riflessione. Una è che l'esigenza di sinteticità che affligge i media sta rapidamente culminando nella più totale idiozia, nel senso etimologico di particolarità tanto autocentrata da trasformarsi in menomazione intellettuale. Si aggiunga a questo la totale disattenzione per il senso che connota quasi tutte le componenti della società dell'informazione e si ottiene una chicca come questa:

D'Amato: Confindustria gestione Montezemolo pensa solo interessi

Il suo ex-presidente - per manifesta incapacità - accusa il più grande gruppo d'interesse italiano di essere il più grande gruppo d'interesse italiano e ciò fa notizia senza che alcuno si sbellichi o licenzi l'altro idiota che ha scritto queste parole. Trovo che, riprendendo quanto detto nel post precedente, simili manifestazioni di insufficienza mentale e professionale possano perfino contribuire a minare l'autorevolezza magica del malefico elettrodomestico. Non credo di poterla definire altro che tale, quest'autorevolezza che sa di accidia cognitiva, visto che pare impermeabile ad ogni smentita, compreso il fatto che giornalisti incapaci di chieder conto a chiunque delle corbellerie che sta in quel momento rigurgitando scendano in sciopero per la difesa dell'autonomia della categoria, mitica - questa autonomia - in Italia più o meno come l'araba Fenice o l'Idra di Lerna Detto questo, però, mi interessava di più riflettere sul sottile veleno nascosto in un'altra notizia flash:

Scomparso console canadese. Le sue carte di credito trovate a un extracomunitario

Qui la questione è meno evidente, si radica nel senso comune nella sua veste più oscura di pregiudizio, rivelandosi più insidiosa della circostanza per cui,
negli ultimi tempi, di ogni malfattore non ancora preso si riferisce che parla con accenti internazionalmente assortiti, ma mai dialettalmente connotati, salvo poi scoprirsi - all'arresto - che si tratta dei famosi inquilini normali dell'appartamento accanto o comunque di ceffi di provata italianità. Dov'è il problema di questa benedetta headline, direte voi a questo punto? Nella semplice circostanza che anche il console canadese è un extracomunitario. Solo che - guarda un po' - al giornalista non viene di etichettarlo così, forse perché per lui extracomunitario non significa "non appartenente alla UE" come molto, molto più di mezzo mondo (USA compresi...), bensì pezzente di colore troppo scuro o parlante lingua barbara. O non si è mai posto il problema. D'altra parte lui con le parole mica ci lavora...
Questo è il problema dei toni impliciti, che veicolano significati a volte del tutto involontari o facilmente ed efficacemente strumentalizzabili e ottengono risultati di grande effetto e grande danno, con leggerezza. L'atrofia della mente è la grande malattia del XXI secolo.

postato da: FabioDA alle ore 23:32 | link | commenti
categorie: media, stigma

The 4400, ovvero USA e rapporti primari

The 4400Di norma ci si mette a guardare la tv senza farci troppo caso  Il malefico apparecchio, tra l'altro, è dotato di un'assertività magica per la quale tendiamo a dar per buono quello che ne esce perlomeno fino a prova contraria e in molti casi ben oltre ogni ragionevolezza. Il senso critico si appanna e va a finire che non si notano buchi di trama, contraddizioni o particolari stridenti che ci parlano di multicultura e profonde differenze in seno al nostro occidente. The 4400 rientra a dire il vero nell'ultima categoria, in quanto testo denso di spunti sui rapporti umani in terra d'America (USA). Trama da maniaci: 4400 disgraziati vengono rapiti da alieni (o almeno sembra la circostanza più probabile) nell'arco di sessant'anni e poi rispediti sulla Terra tutti insieme ai giorni nostri. Facile immaginare che il loro ritorno crei qualche problema a livello di rapporti primari, nelle reti di cui facevano parte e anche negli stessi malcapitati, che tra l'altro non sono invecchiati di un giorno e hanno a che fare con parenti e amici morti o decrepiti. Ma questo non sarebbe nulla! Il focus della questione è sul tipo di problemi e sulle dinamiche che innescano. Allora: al di là di una generica accusa di essere freak, mostri (raccomando la splendida canzone dei Marillion dallo stesso nome, testo qui) che possiamo ricollegare senza grosso stress all'angoscia del diverso, abbiamo un generoso assortimento di casi umani che - e questo è l'aspetto più inquietante - non vengono concepiti come particolarmente centrati sull'aspetto relazionale, ma presentati come una "normale" esplorazione delle reazioni del cittadino medio verso i suoi cari scomparsi senza alcuna colpa per circostanze inspiegabili. Una mogliettina torna a casa dopo 13 anni: lasciava un marito e una figlia di 6 mesi. Quando viene dimessa dalla quarantena cui tutti e 4400 sono stati sottoposti, non trova un'anima ad attenderla e, una volta arrivata a casa, scopre che il marito si è risposato e non ha mai detto alla figlia che l'attuale madre non è la madre naturale. Dopo 13 anni potremmo dire che è comprensibile, ma non ti sprechi neanche ad andare a dirglielo di persona, pur se avvisato dalle autorità? E la prima cosa che fai è appiopparle un'ordinanza restrittiva che le impedisca di avvicinarsi a te e alla figlia?Laughing Mannequins - Alvarez Bravo Un ragazzo torna dopo soli 3 anni, quando è stato preso suo cugino che era con lui è entrato in coma e c'è rimasto. Lo zio, investigatore protagonista della serie, come lo vede lo accusa praticamente di essere il responsabile della disgrazia del figlio e gliene chiede conto, pur sapendo che tutti  e 4400 non ricordano un beneamato accidenti.  Sembra convinto che il nipote abbia spento suo figlio per poi andarsi  a fare una gita intergalattica Il fratello del giovane, dopo i primi momenti di gioia, comincia a condividere l'atteggiamento imbarazzato-stolido-vigliacco di tutti i suoi coetanei e poi, dopo aver assistito a una strana manifestazione di potere da parte del parente ritornato, gliene chiede ripetutamente conto a brutto muso per poi dileggiarlo apertamente. La richiesta di spiegazioni è il centro delle dinamiche di relazione, lo choc dell'incomprensibile si traduce in stigma per gli involontari portatori e non c'è alcun tessuto di affettività che faccia premio sullo stress razionale, alcun legame che spinga a fare muro in suo nome, come ci aspetteremmo - nel bene o nel male - in un contesto simile al nostro. Carne e sangue non parlano a nessuno degli sventurati o ai loro congiunti. Sì, perché non è che gli sventurati siano molto meglio. Il giovane di cui qui sopra, una volta scoperto che il cugino è in coma un po' anche a causa sua, ci mette quasi un mese per andarlo a trovare in ospedale e, quando lo fa, si sospetta che sia solo per testare una teoria su un suo nuovo, inspiegabile potere. Già, non sono solo freaks nell'immaginazione collettiva, lo sono diventati anche di fatto, in una versione nuova e interessante del tema di X-Men

postato da: FabioDA alle ore 00:53 | link | commenti
categorie: media, serial, relazione, rapporti primari