Quasi una rivista, quasi un giardino Zen
«Nell'aria rarefatta del mattino i manager sono riuniti in meditazione. Ascoltano concentrati le note del canto gregoriano che si diffondono nel parco della villa barocca che fu dei gesuiti (...). Sono appena le otto, ma è già tardi (...). Del resto poche ore di sonno sono sufficienti per persone che, come spiega l'amministratore delegato di una importante azienda, devono avere fisico allenato e tempra da atleti per affrontare le responsabilità quotidiane» (M. Cavallieri, Slalom di carriera, L'espresso 30/2008, p. 144)
- che la figura del manager, lungi dall'essere percepita e intesa come una professione tra le tante, riassume in sé dei tratti eroici e spirituali che ne fanno la versione contemporanea dell'eroe-sacerdote. D'altro canto basta pensarci su un momento: a) possiede un sapere esoterico che spesso è incomprensibile a lui stesso (siamo tornati addirittura ai vaticini di Delfi!); b) fa parte di un gruppo ristretto al di là del bene o del male (quasi nessun esponente di questa casta - contro la quale non odo strepiti o manifestazioni! - ha mai pagato per i considerevoli sfracelli combinati: in Italia poi prendono premi stratosferici anche se abbandonano la nave mentre affonda per colpa loro oppure se ammettono candidamente di non sapere nulla di ciò che accade nelle loro aziende, come il buon Tronchetti Provera di recente o l'attuale
Presidente del Consiglio); c) è bello, elegante, potente, sempre attorniato da donne splendide... Appare abbastanza chiaro che il culto dell'economia non può essere scalfito da semplici osservazioni razionali, quali il richiamo all'abisso nel godimento dei suoi profitti, all'ambiente al collasso o alla stupidità raccapricciante della gran parte dei comportamenti da essa influenzati: l'apparato simbolico e immaginale è troppo potente per temere il misero attacco della ragione. Risalta, nella breve citazione, un registro evocativo che rinvia a spessore spirituale e carisma, uniti alle non comuni doti fisiche e caratteriali che fanno l'altro eroe del nostro tempo, il campione sportivo, per dipingere il personaggio di un romanzo, non un uomo in carne, ossa e - spesso - difetti. Un uomo al di sopra di sospetti e critiche, un... LEADER! E diciamola, no?, la parola magica che sostanzia in sé l'intera costellazione di senso!

Ed è anche un peccato, perché qualche segno di scuotimento dal torpore trionfalistico ci sarebbe anche. Lo stesso articolo di apertura, qui sopra, prosegue tirando in ballo nuove figure che rinunciano all'adorazione della carriera seguendo vocazioni non economicistiche, cosa che è musica per le mie orecchie, anche se nella prassi di vita di una tale evoluzione nei comportamenti non ho notizia né coscienza. Sarà che sono cinico...
Strani segni invero, soprattutto quando si hanno occhi per vederli. Se è vero che i testi televisivi sono il commento e la descrizione del nostro tempo, i cambiamenti che si registrano nella loro lingua sono qualcosa di più dello sghiribizzo degli sceneggiatori. Indicano linee tendenziali e maree immaginali, ben più dei discorsi retorici dei media o della politica. O, se è per questo, dell'economia. Su Fox è partita una nuova serie, The Dresden Files, con un protagonista molto simpatico e con forti echi di quello che può ormai definirsi un classico dell'universo serial, Streghe. Ancora! si potrebbe dire: dopo n stagioni delle sorelle Halliwell ci ritroviamo con un menu appena appena diverso? Personaggi mitici e leggendari, libri con descrizioni perfino troppo puntuali, incantesimi e oggetti di potere... Roba stranota
se non fosse che... L'aria è un po' diversa: prima di tutto un po' più hard-boiled, diretta a un pubblico adulto ch non ne può più di bigliettini in rima e pozioni monodose. E poi quella che in Streghe era una comoda via di fuga per episodi un tantino traballanti - l'amicizia con un poliziotto - diventa un tratto fondamentale, una connessione che funziona nei due sensi. E non è il solo
caso. Gli esempi cominciano ad abbondare: abbiamo Missing, dove sogni e parapsicologia la fanno da padroni, tanto da diventare oggetto di un progetto FBI; abbiamo Medium, dove le doti soprannaturali della protagonista vengono normalmente sfruttate dalle forze di polizia. Gli esempi di un'irruzione sempre meno problematica di mezzi e strumenti "da ciarlatani" nella normalità quotidiana si moltiplicano. Il che la dice lunga sulle condizioni del discorso culturale prevalente fino a poco tempo fa. Un ritratto eccellente di questa battaglia di retroguardia viene da un episodio di Numb3rs, serie che pur ispirata a criteri diametralmente opposti finisce per far sembrare la matematica una magia in sé sortendo quindi l'effetto opposto a quello ricercato, almeno immagino: il protagonista, matematico provetto - anche troppo! - si scontra con un medium del quale tenta per tutto l'episodio di dimostrare l'inaffidabilità, con risultati non molto convincenti.
Oh beh, ci risiamo
anche stavolta ci sono ricascato, il che mi spinge a qualche derivazione paretiana per giustificare le ore che passerò a interrogarmi sulla quarta stagione di Lost. Avevo giurato, alla fine della seconda (la peggiore, per me), che non mi avrebbero più avuto, poi la curiosità mi ha spinto ai primi episodi della terza... Mettiamoci anche recensioni entusiastiche captate qua e là, addirittura paralleli con Balzac, e allora ci si interroga: mi è sfuggito qualcosa? Cosa c'è in questa zuppa con trichechi di tanto intelligente? Per carità, il ritmo e la gran parte dei colpi di scena sono magistrali, però è altrettanto vero che spesso si ha la netta sensazione che gli autori abbiano esagerato, che si siano persi anche loro...
animale (e dalli con questi insulti agli animali, che hanno la sola colpa di non essere come noi e di non saper reagire)? La cieca determinazione al controllo mostra ogni giorno di più la sua impossibilità e nel frattempo devasta ogni provincia superstite in cui penetra: che si tratti di tecnologie ultrasofisticate che non ti impediscono di esser vittima o di un fumo nero che sgorga a tradimento dagli alberi che cambia? Cosa dire del mondo oltre l'isola se perfino l'isola - uno sputo di terra - è troppo da capire, se annulla ogni tentativo di domarla, o spiegarla, con colpi di scena imprevedibili? E il bello è che la chiave della comprensione potrebbe trovarsi in un progetto precedente, in un metadiscorso chiamato Dharma (che è un altro nome del Tao e mette in luce oltre ogni dubbio la hybris che affligge i suoi creatori) che già di suo è andato a carte 48. L'isola fatidica è lo scoglio della cultura occidentale, quello che affonda a ripetizione i suoi Titanic. E' il buco dal quale devi fuggire a tutti i costi perché manda in cortocircuito il tuo modo di comprendere il mondo, anche se non hai nulla cui tornare là fuori.
diciamo che pensa di star andando via e quindi rassicurato può comportarsi come sa fare in un contesto ridiventato come per incanto comprensibile. Una delle tracce interpretative più ammiccanti è proprio questa: l'incapacità di vivere fuori dai quadri condivisi, familiari, anche se non ti hanno dato nulla di buono, e lo scarto che impari soltanto dopo. Quando ti penti di non averci pensato prima e vorresti tornare lì. All'Eden perduto? A una condizione migliore che ti era stata mostrata e che non hai capito, perché di norma non capiamo un accidenti?

- è l'estrema eterodossia del personaggio, incarnata nelle molte mail di protesta dirette da pazienti e medici italiani all'inserto Salute del Corriere della Sera. Eterodossia che anzi quasi tutti si sono sforzati di far rientrare in schemi consolatori come l'eroe burbero ma buono, il medico appena meno canonico del solito, etc. Come già scrivevo tempo fa, invece, per quanto possa sembrare controfattuale, il fascino del "buon" Gregory non è tanto nel giocare al di fuori delle regole - comportamento dopotutto non particolarmente originale - ma nell'incarnare una medicina completamente diversa da quella odierna, sempre più dipendente da analisi tecnologiche ed apparecchiature esoteriche e arroccata in una pretesa di infallibilità dai costi logistici ed esistenziali costantemente in crescita. Per lui la medicina è arte, intuizione, soprattutto incertezza. Unite a una sana dose di scetticismo sulle capacità miracolose di esami e altre diavolerie. House è la ragione com'era prima del mito del Progresso, versatile e capace di errore. Ma è anche altro. E quest'altro è ancora meno digeribile dal discorso culturale prevalente, che infatti si limita a sfruttarne il fascino senza però indagare troppo in proposito: House è l'individuo di talento, il genio, che si fida delle sue fulminazioni contro l'evidenza documentale e usa della sua certezza per sé e per gli altri, mettendosi ogni volta interamente a rischio. E' il contrario dell'omologazione statistica, del canone ormai inflazionato del lavoro di squadra - tant'è vero, come si notava in trasmissione, che è solo, usa il suo team come specchio, uditorio quasi del tutto privo di capacità d'azione - è un essere inattuale scaturito da un passato dove la fede nel soggetto era ben più viva di quanto non sia oggi, sebbene il soggetto stesso, poco democraticamente, non potesse essere chiunque, ma solo chi avesse il dono.