Quasi una rivista, quasi un giardino Zen
cui perdonare sembra essere divenuto un obbligo a prescindere, possibilmente nella solita platea mediatica e con contorno di prefiche ispirate e prodighe in cenni di saggio assenso, leggerne nelle parole di Grossman, padre di un caduto della recente guerra libanese, ha un sapore tutto diverso e secondo me introduce al tema maggiore dell'intervista, spesso in filigrana, ma oggi assolutamente centrale. Interrogato sul ruolo odierno degli scrittori, Grossman risponde come solo un ebreo può fare: «Gli scrittori, essendo vicini alle parole, possiedono il codice per rimettere in contatto i vari strati della lingua. Occorre fare questo, per contribuire a restituire alle persone la loro vera identità». Chi è intimo di una lingua antica, sacra, concepita come strumento di creazione divina e segno di identità, lingua cresciuta su se stessa come una stalattite o un'alta quercia, senza perdere i legami profondi tra le sue ere e l'attuale, trova probabilmente più spontaneo far cenno a questo compito di chi della lingua è custode e utente esperto. È un suggerimento che va ripetuto «con voce alta e forte» - come dice spesso Chabod in un bel libro che sto leggendo in questi giorni - in un tempo in cui della stratificazione della lingua si è perso il senso e le parole sono sempre più vuote. Grandi verità vengono ripetute senza alcuna comprensione, banalizzate al punto da farne ritornelli odiosi e private del loro potere taumaturgico. Lo spreco infinito di fiato e suono che è il chiacchiericcio contemporaneo maschera e, peggio!, inibisce il dono della parola. Tutti coloro che vivono del flusso di sapere che in parole si materializza e si dà all'esperienza dovrebbero riflettere sulle brevi frasi di Grossman. Sulla relazione stretta e poco evidente tra lingua e identità, non solamente nazionale, ma essenziale, soggettiva. Riprendendo l'intuizione di Taylor sull'identità come narrazione, è difficile sottovalutare l'importanza della maestria linguistica nella definizione e rivelazione di sé. Maestria che non è solamente disponibilità terminologica o arte retorica, ma, più profondamente, coscienza della ricchezza verticale del senso, dello sciame semantico che ogni termine reca con sé e degli echi e delle corrispondenze che è capace di evocare. Questo intende Ungaretti con gli splendidi e scarni versi «Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso» (Commiato). Poca sorpresa che soggetti - ed eroi - siano sempre più rari, dove si crede che basti ripetere frasi copiate per essere brillanti e quasi nessuno è più minatore di se stesso.