Quasi una rivista, quasi un giardino Zen
Strani segni invero, soprattutto quando si hanno occhi per vederli. Se è vero che i testi televisivi sono il commento e la descrizione del nostro tempo, i cambiamenti che si registrano nella loro lingua sono qualcosa di più dello sghiribizzo degli sceneggiatori. Indicano linee tendenziali e maree immaginali, ben più dei discorsi retorici dei media o della politica. O, se è per questo, dell'economia. Su Fox è partita una nuova serie, The Dresden Files, con un protagonista molto simpatico e con forti echi di quello che può ormai definirsi un classico dell'universo serial, Streghe. Ancora! si potrebbe dire: dopo n stagioni delle sorelle Halliwell ci ritroviamo con un menu appena appena diverso? Personaggi mitici e leggendari, libri con descrizioni perfino troppo puntuali, incantesimi e oggetti di potere... Roba stranota
se non fosse che... L'aria è un po' diversa: prima di tutto un po' più hard-boiled, diretta a un pubblico adulto ch non ne può più di bigliettini in rima e pozioni monodose. E poi quella che in Streghe era una comoda via di fuga per episodi un tantino traballanti - l'amicizia con un poliziotto - diventa un tratto fondamentale, una connessione che funziona nei due sensi. E non è il solo
caso. Gli esempi cominciano ad abbondare: abbiamo Missing, dove sogni e parapsicologia la fanno da padroni, tanto da diventare oggetto di un progetto FBI; abbiamo Medium, dove le doti soprannaturali della protagonista vengono normalmente sfruttate dalle forze di polizia. Gli esempi di un'irruzione sempre meno problematica di mezzi e strumenti "da ciarlatani" nella normalità quotidiana si moltiplicano. Il che la dice lunga sulle condizioni del discorso culturale prevalente fino a poco tempo fa. Un ritratto eccellente di questa battaglia di retroguardia viene da un episodio di Numb3rs, serie che pur ispirata a criteri diametralmente opposti finisce per far sembrare la matematica una magia in sé sortendo quindi l'effetto opposto a quello ricercato, almeno immagino: il protagonista, matematico provetto - anche troppo! - si scontra con un medium del quale tenta per tutto l'episodio di dimostrare l'inaffidabilità, con risultati non molto convincenti.
Oh beh, ci risiamo
anche stavolta ci sono ricascato, il che mi spinge a qualche derivazione paretiana per giustificare le ore che passerò a interrogarmi sulla quarta stagione di Lost. Avevo giurato, alla fine della seconda (la peggiore, per me), che non mi avrebbero più avuto, poi la curiosità mi ha spinto ai primi episodi della terza... Mettiamoci anche recensioni entusiastiche captate qua e là, addirittura paralleli con Balzac, e allora ci si interroga: mi è sfuggito qualcosa? Cosa c'è in questa zuppa con trichechi di tanto intelligente? Per carità, il ritmo e la gran parte dei colpi di scena sono magistrali, però è altrettanto vero che spesso si ha la netta sensazione che gli autori abbiano esagerato, che si siano persi anche loro...
animale (e dalli con questi insulti agli animali, che hanno la sola colpa di non essere come noi e di non saper reagire)? La cieca determinazione al controllo mostra ogni giorno di più la sua impossibilità e nel frattempo devasta ogni provincia superstite in cui penetra: che si tratti di tecnologie ultrasofisticate che non ti impediscono di esser vittima o di un fumo nero che sgorga a tradimento dagli alberi che cambia? Cosa dire del mondo oltre l'isola se perfino l'isola - uno sputo di terra - è troppo da capire, se annulla ogni tentativo di domarla, o spiegarla, con colpi di scena imprevedibili? E il bello è che la chiave della comprensione potrebbe trovarsi in un progetto precedente, in un metadiscorso chiamato Dharma (che è un altro nome del Tao e mette in luce oltre ogni dubbio la hybris che affligge i suoi creatori) che già di suo è andato a carte 48. L'isola fatidica è lo scoglio della cultura occidentale, quello che affonda a ripetizione i suoi Titanic. E' il buco dal quale devi fuggire a tutti i costi perché manda in cortocircuito il tuo modo di comprendere il mondo, anche se non hai nulla cui tornare là fuori.
diciamo che pensa di star andando via e quindi rassicurato può comportarsi come sa fare in un contesto ridiventato come per incanto comprensibile. Una delle tracce interpretative più ammiccanti è proprio questa: l'incapacità di vivere fuori dai quadri condivisi, familiari, anche se non ti hanno dato nulla di buono, e lo scarto che impari soltanto dopo. Quando ti penti di non averci pensato prima e vorresti tornare lì. All'Eden perduto? A una condizione migliore che ti era stata mostrata e che non hai capito, perché di norma non capiamo un accidenti?
Sono in molti a prendersela con Stephen King, il successo genera denaro da una parte, invidie terribili da un'altra. Ed è anche questo un legame contraddittoriale, difficile mantenere l'uno ed eliminare solo le altre. Per quanto sia innegabile che spesso il Re scrive per fini mondani, comunque (e non vedo perché non dovrebbe, a essere sincero: la gran parte degli altri autori fa lo stesso e con molta meno bravura!), ci sono momenti in cui la sua arte trascende il genere e il mestiere e diventa vero racconto del XX e XXI secolo. Cose preziose, It, L'ombra dello scorpione non sono manierismi dark fantasy o qualunque altra etichetta si voglia appiccicar loro addosso, sono quadri distorti e magnificati della nostra società fino all'ultima virgola: le esigenze inconfessabili, le paure irrazionali che cambiano pelle e diventano politica o scelte di vita o strategie di marketing, la vigliaccheria diffusa di chi non è mai responsabile delle sue azioni. A voler essere precisi, ci sarebbe da stupirsi del successo di King, visto il ritratto della società americana che di norma si ricava dalle sue opere.
metatesto per eccellenza, la storia della Bildung dello scrittore e del suo alter ego pistolero, Roland Deschain di Gilead. In essa convergono le piste narrative di una miriade di romanzi; trovano nuovo splendore e spessore personaggi già incontrati e dei quali il destino era rimasto oscuro; si rivelano le sinestesie creative del maestro: la città di Tull è un omaggio ai Jethro Tull, il Re Scarlatto è l'immagine distorta degli incubi sonori dei King Crimson e poi via per una lunghissima lista di citazioni, interstizi, richiami pop o più culturali, come la ballata da cui tutto inizia, più di trent'anni fa, Childe Roland to the Dark Tower came (qui per una traduzione). Una storia sgranata negli anni per lui e per noi che abbiamo aspettato per una vita, in bilico tra aspettative, curiosità e paura di non vedere la fine. Una storia in cui lui stesso diventa protagonista ed esorcizza l'incidente stradale che per poco non gli è costato la vita, a lui, a noi il finale. Un diffrangersi di prospettive e identità e una notevole autospietatezza nel dipingersi poco eroico e molto umano, in passaggi che non possono che suscitare ammirazione: un altro tocco magistrale.
Torniamo a occuparci di temi apparentemente più frivoli
L'ho lasciato decantare qualche tempo, perché Dexter non era un serial come gli altri. Con aria leggermente svagata, senza accentuarlo troppo, ha rappresentato il superamento di un altro limite, nella fiction. Un'altra confusione notturna che viene a scombinare i già deboli sistemi di riferimento valoriale di cui la gran parte dei soggetti contemporanei dispone. Un altro dei casi in cui a priori non si sa a che santo votarsi, perché il protagonista, l'eroe, è un serial killer. Un po' atipico, è vero, perché il padre adottivo, che aveva scoperto i suoi "gusti", l'ha educato a rivolgere le sue attenzioni ad altri cattivi, criminali che per numerosi motivi sfuggono alla giustizia. Così, per non restare a corto di vittime e per seguire in parte l'esempio del papà, figura di riferimento, Dexter è un tecnico di laboratorio della Scientifica di Miami, perito ematologo (si noti l'ironia), un poliziotto. Un novello Robin Hood, per certi versi, e anche simpatico e bisognoso d'affetto... E così il disordine arriva alle stelle!
Tempo di Halloween, tempo in cui ci si diletta di mimetismo e maschere. Il solo tempo in cui Dexter è simile agli altri... Ma ne siamo proprio sicuri? O c'è - come diciamo a a Roma - la fregatura? Quali maschere indossa infatti, di solito? "Fratello, amico, fidanzato", poliziotto - si può aggiungere - scienziato e chi più ne ha più ne metta. Non la strega o l'elfo o il pazzo con la motosega o Freddy. Indossa le stesse maschere che tutti indossiamo e se può farlo per rendersi normale è perché in effetti sono travestimenti, sono ruoli, cose che dichiarano e nascondono. Non solo Dexter. Potenzialmente chiunque. Ecco perciò che l'implicazione fastidiosa di poco fa diventa un'accusa velata. Come si fa a distinguere il maniaco dalla persona normale? Come si fa a capire chi dichiara e chi nasconde? Chi mente e chi no?
Come diceva Bono: "Am I bugging you? I MEAN to bug you!" Tema che ci porta dove, per chiudere questo post fiume? Al problema della vera originalità soggettiva, principe nascosto di questi anni. Dopo l'inversione moderna del tono spirituale dell'unicità, questa è diventata una specie di miraggio, qualcosa che tutti affermano, pretendono di avere e che invece scarseggia sempre più. D'altronde, in questo tempo di bluff, chi è che può andare a vedere la mano? Solo qualcuno che abbia il punto. Tutti gli altri fingeranno di credere alle balle altrui purché gli altri credano alle loro, in un gioco di specchi dove al centro c'è solo un vuoto crescente. In questa situazione, però, vale per tutti ciò che vale per Dexter: "Se una persona mi arriva così vicina scoprirà chi sono veramente e io... non posso permettermelo. E' ora di mettermi la maschera!". Ecco da una parte spiegata la crisi onnipresente delle relazioni primarie, troppo rischiose; inoltre, lo scivolamento è compiuto e il povero animale braccato per cui provavamo pena è diventato una rappresentazione iperbolica di noi: il vicino normale che ha sterminato la famiglia, quel signore tanto per bene che mangiava prostitute, quell'altro che spaccia roba tagliata male. E non è neanche finita qui! Perché in questo simpatico clima, il solo veramente pericoloso è quello che è originale davvero, senza aver bisogno di far stragi o massacrare qualcuno; quello che è spiritualmente unico e può venire a scombinare il gioco degli altri, mostrando quanto sia patetico e insignificante il re nudo. In chiusura di puntata i responsabili della serie si dilettano a sbatterci in faccia la soluzione della sciarada che ci stanno ammannendo, infrangendo gli alibi, ma delicatamente, contando sul fatto che i più non si ricordano le battute di mezz'ora prima e che tutto continuerà a sembrar loro solo un innocuo serial: "Tutti nascondono ciò che sono veramente. A volte seppellisci una parte di te tanto in profondità da dimenticarti che esiste. E a volte vorresti solo dimenticarti chi sei. Non sono il mostro. Non sono né un uomo, né una bestia. Sono qualcosa di completamente nuovo e seguo le mie regole. Sono Dexter".